Elezioni comunali 2013: analisi

Ho preferito attendere qualche giorno prima di esprimere un mio parere sui risultati delle elezioni amministrative che si son tenuti sabato 26 e domenica 27 maggio 2013.

Si andava al voto in ben 563 comuni sparsi in tutta Italia e molti di essi erano capoluoghi di provincia come ad esempio Vicenza, Imperia, Ancona, Siena e soprattutto Roma la nostra capitale.

Sono emersi tre dati che si sono imposti su tutti gli altri e sono: l’astensionismo, la risalita del PD (accanto alla flessione del PDL) e la sconfitta del movimento 5 stelle.

Astensionismo: questo è sicuramente il dato più rilevante e preoccupante di questa tornata elettorale. C’è stato un nettissimo calo dell’affluenza che ha sfiorato il 15% sul territorio nazionale (si passa infatti dal 77,16% del 2008, al 62,38% del 2013). Il dato è allarmante e mostra che costantemente si alza la disaffezione del popolo italiano verso le urne e verso la politica. A Roma un cittadino su due non è andato a votare e quindi la metà della popolazione romana ha preferito disertare i seggi e fare dell’altro, che sia stato recarsi alla partita per assistere al derby di coppa italia o semplicemente a farsi una passeggiata, resta questo vuoto elettorale spaventoso che non si può sottovalutare.

Cosa c’è che non va? La situazione credo vada analizzata sotto due punti di vista. Da un lato c’è quello del popolo stanco dei teatrini della politica, deluso e amareggiato da certi comportamenti e da decisioni prese e non prese in campi strategici come quello economico e produttivo. C’è disinteresse per gli affari giudiziari di questo esponente politico, per i litigi tra schieramenti; v’è stanchezza nell’osservare che chi doveva cambiare tutto non sta facendo assolutamente niente di niente e c’è chi non ne può più nemmeno dei continui insulti privi di qualsivoglia proposta che piovono giornalmente da certi leader politici più simili a “capicomici” che a segretari di partito.

Dall’altro lato, però, c’è anche l’assenza di una educazione civica da parte di molti cittadini italiani che limitandosi a sbuffare e a criticare indiscriminatamente sempre tutto e tutti non fanno nulla per mutare le cose e preferiscono alzare le spalle e disinteressarsi delle votazioni. Non cambierà mai nulla se non si va alle urne e si votano le persone di cui si ha stima, ci saranno sempre le stesse facce se sulla scheda, quando si può esprimere una preferenza, ci si limita a sbarrare la casella contrassegnata dal simbolo del partito, della lista civica o del movimento. E soprattutto non cambierà nulla, e crea solo nocumento, non recarsi alle urne poichè esso è un diritto ma anche un dovere di buon cittadino (che un tempo veniva pure sanzionato). Se poi si vogliono combattere gli sprechi di soldi pubblici sarebbe il caso di evitare di disertare i seggi elettorali perchè allora sì che i denari spesi dallo Stato vengono davvero buttati dalla finistra per colpa del disamore di qualcuno che pur agendo con tutte le buone intenzioni del caso non si comporta in modo corretto. Se si crede che lo Stato sia truffaldino e poco onesto non si può scendere al medesimo livello ma bisogna dimostrare che si crede nell’Italia e nella politica in quanto tale pur non amando chi attualmente la rappresenta.

 

Rinascita del PD: quasi tutti avevano scritto il de profundis e i necrologi sulla morte del Partito Democratico dopo le dimissioni di Bersani da Segretario di partito, dopo la notte di lacrime e sangue in cui tutta la direzione del PD si dimetteva in blocco e a seguito della continue crepe che si mostravano tra fronti opposti come i Renziani, i Bersaniani e i giovani Turchi e via discorrendo. Si potevano osservare tabelle di analisi indicative sulle preferenze future di voto e il PD stava scendendo vertiginosamente di oltre 5 punti percentuale. Si era persino arrivati ad eleggere un leader come Epifani giusto per far traghettare il partito durante l’estate e attendere successivamente il congresso generale per vedere se cambiare nome, scinderlo in due anime etc etc… Ed invece che cosa è accaduto?

Una cosa incredibile e sotto certi aspetti inaspettata: il PD ha vinto in tutti i comuni dove è stato eletto al primo turno il candidato sindaco, ha strappato alla destra e alla Lega comuni storici come Viterbo e va al ballottaggio in tutti i comuni rimanenti avendo anche un largo margine tra i due candidati come ad esempio nella Capitale o a Brescia due comune capoluogo in cui il precedente sindaco era di centro destra.

Come è possibile che sia successo questo? Come ha affermato la Presidente della Regione Friuli Debora Serracchiani il PD avrebbe vinto nonostante il PD che significa che si è affermato indipendentemente dalle diatribe interne degli ultimi 3 mesi.

L’analisi eseguita dalla Serracchiani è simpatica e anche corretta. Bisogna, infatti, dividere quelle che sono le consultazioni elettorali nazionali da quelle comunali. Nelle amministrative prevale la territorialità, si perde se i leader di partito sono assenti ma si vince se gli uomini locali sono in gamba e a volte si va oltre al personale gusto politico, preferendo dare fiducia anche ad un uomo di una corrente opposta poichè lo si conosce: magari è un avvocato o un medico conosciuto, o un professore ma comunque un uomo del popolo che vive e opera nel contesto urbano di riferimento. Quindi anche se il partito centrale naviga in acqua magre, nel locale ha un sussulto d’orgoglio e si riesce ad imporre.

Lo stesso ragionamento va fatto a contrario dove, invero, si sono verificate perdite significative o cali drastici di partiti o coalizioni che su livello nazionale dovrebbe essere in recupero netto, ma che su quello locale frenano o franano.

E’ il caso del PDL che attira elettori quando parla il carismatico capo Berslusconi ma che poi si scontra con la realtà in cui gli amministratori locali non hanno propriamente soddisfatto le necessità del luogo in cui hanno svolto il loro mandato. In Valle D’Aosta il PDL non ha più rappresentanti dove conta averne, a Treviso si è deciso di cambiare ed il sindaco Sceriffo Giancarlo Gentilini dovrà lottare al ballottaggio per rimanere ancora in sella.

Questo non significa che il PD non abbia problemi sul piano della compattezza nazionale o che il PDL non sia effettivamente in seria ripresa e risalita nelle preferenze, tutt’altro, il dato comunale evidenzia la differenza tra quello che è il contesto politico italiano da quelle che sono le singole realtà rurali dove il modo di votare è influenzato da svariate variabili.

Crollo del movimento 5 stelle: è indubbio che il m5s sia stato travolto da queste elezioni. Ha perso in maniera consistente oltre il 50% di consensi in termini generali mentre in talune realtà è sceso fino a picchi del meno 70%. Lo Tsunami si è ridimensionato notevolmente e come lo ha definito Crozza ieri sera a Ballarò “si posiziona tra la secchiata e la lieve perdita del lavandino“.

Su 563 comune non se ne aggiudicano nemmeno uno e sono al ballottaggio solo a Martellago, nel Veneziano (anche se per onor del vero non si presentavano in tutte le realtà locali) e in alcune città dove puntavano a fare il botto si son risvegliati con una triste sorpresa: ad Imperia il movimento passa dal 33,6% delle politiche all’8,8%. A Roma ha dimezzato l’elettorato che dal 27% è sceso al 13. A Siena, nemmeno lo scandalo MPS ha aiutato gli m5s: consensi in picchiata dal 21% all’8,8 e neppure a Brescia, (città di Vito Crimi), il m5s è andato meglio passando dal 16,6% al 7,7.

Chiramente quel che si è detto riguardo alla flessione o alla ripresa di PDL e PD vale anche per il m5s. Se tiene, secondo i presunti sondaggi che continuamente vengono redatti, sul piano nazionale non è detto che non possa crollare sul piano amministrativo. E questo sia perchè per le elezioni nazionali il punto di riferimento è Grillo, mentre sul piano locale non ci son figure conosciut e a volte nemmeno Grillo conosce i suoi rappresentanti e li scambia per giornalisti o rappresentanti di qualche associazione (come è capito per Tiziana Guidi, la candidata del Movimento 5 Stelle a sindaco di Avellino).

Ma di certo qui hanno influito anche altre ragioni e una prova concreta era stata data (a distanza di un mese dal voto nazionale) in occasione del voto in Friuli Venezia Giulia dove il m5s era uscito non solo ridimensionato ma letteralmente strapazzato. Le ragioni del pesante flop grillino sono da ricercare nell’inconsistenza dell’azione dei deputati del m5s in Parlamento, nell’assoluta mancanza di preparazione culturale ad affrontare simili ruoli istituzionali, nel continuo perdere tempo a parlare di scontrini e diarie e su certi atteggiamenti dispotici e irriverenti posti in essere dalla Lombardi come da Crimi o da altri rappresentanti quotati in seno dal movimento.

Ma su tutti pesa come un macigno il comportamento dittatoriale di Grillo con le sue continue gogne mediatiche a danno di questo o quel giornalista (Floris su tutti), sulle sue epurazioni di massa dal movimento (come nel caso di Favia o della Salsi o da ultimo del senatore Mastrangeli) e soprattutto il suo tono espositivo sempre sopra le righe che lo fa assomigliare ad un pazzo più che ad un leader carismatico. E poi, soprattutto, sono le continue offese, le minacce, le volgarità che imperversano e sgorgano copiose dalla sua bocca e che non si fermavano davanti a nessuno sia esso il Presidente della Repubblica, sia un rivale politico, sia un Ministro del Parlamento.

Violenza verbale continua e gratuita condita da insulti e diffamazioni a mezzo internet, prese per i fondelli, storpiature volgari e insolenti di nomi, e il suo continuo soffiare sul fuoco della rivolta e della rivoluzione che sfocia poi in episodi efferati come il tentato omicidio di un carabiniere o le due assurde lettere all’antrace fatte recapitare alle sedi de “Il Giornale” e del “Corriere della Sera”. Non sono di certo partite da lui ma definire i giornalisti “pennivendoli“, venduti al potere o servi del sistema di sicuro non distende gli animi e non contribuisce a mantenere un clima sereno o a crear un ubertoso terreno dove possa prosperare pace e serenità.

Ed ora la base del movimento, quella che scrive sul forum di Grillo, si sta rivoltando. Fioccano le accuse per la strategie sbagliate, compaiono insulti al duo Grillo e Casaleggio, e anche tra i deputati parlamentari iniziano i segnali sempre più forti di stanchezza e alcuni sono già pronti a lasciare il gruppo parlamentare per confluire o nel PD o nel gruppo misto (come avrebbe affermato un parlamentare m5s).

E Grillo cosa fa? Un mea culpa? Assolutamente no. Perde e si arrabbia, anzi inveisce proprio contro i cittadini italiani, affermando che è stata l’Italia peggiore a votare PD e PDL e addossando la colpa a quella parte di italiani rei di essere lavoratori pubblici stipendiati dallo Stato, o pensionati che hanno uno stipendio decente o chi vive di politica.

In pratica divide l’Italia in due, serie A i cattivi, serie B (disoccupati, esodati,studenti, PMI) i buoni, accusa gli uni e incita gli altri contribuendo ancora una volta a contrapporre cittadini contro cittadini per far nascere non solo uno scontro generazionale ma anche un conflitto sociale scellerato.

Se il m5s stelle vuole davvero emergere come gruppo politico in Italia e contribuire al bene del Paese dovrebbe liberarsi dei legacci e del giogo imposto da Grillo, da Casaleggio e da altri esponenti simili al loro leader e magari puntare di più su persone come Marcello de Vito, candidato a sindaco di Roma che al posto di arroganza e offese triviali predilige parlare con tono educato, rispettosi degli avversari, posato nei modi e sobrio nell’esposizione.

 

Daniele

Elezioni comunali 2013: analisiultima modifica: 2013-05-29T10:36:09+02:00da diarioitaliano
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